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are we worth saving? you tell me': le ultime parole di
diary of the dead, l'ultimo film di
george romero, ti inchiodano alla sedia, ti colpiscono e ti feriscono.
già con
land of the dead romero aveva provato a confonderci le idee su chi fossero gli zombie; con diary of the dead si spinge oltre, facendo apparire gli umani definitivamente disumani, e gli zombie soltanto morti che camminano.
mi dirai che i film di zombie sono cinema di seconda categoria, ma non è possibile guardare diary of the dead senza riconoscerne l'attualità, la profondità e l'intelligenza, nascoste dietro ai corpi putrefatti di umani già morti che, per essere uccisi definitivamente, devono essere colpiti alla testa.
su romero hanno scritto in tanti e io non ho né le conoscenze né le competenze per farlo, ma ieri pomeriggio ho guardato diary of the dead e ho faticato a trovare irrealtà dentro quel film.
d'accordo, gli zombie non esistono e nessuno, una volta morto, ritorna in sè con il desiderio spasmodico di mangiarsi vivo qualcun altro. ma la metafora non potrebbe essere più lampante. davanti a diary of the dead continuo a chiedermi chi siamo noi: i protagonisti che cercano una via di fuga? gli zombie che divorano gli umani? siamo la generazione che attraverso lo schermo di un televisore filtra la realtà rendendola irreale quindi meno tagliente e più facilmente ignorabile? siamo jason, il regista che non riesce, come un voyeur, a scollare l'occhio dalla cinepresa? o siamo chi è costretto ad imparare a uccidere? forse la risposta non ha importanza, forse la risposta a tutte queste domande è soltanto una: siamo barbari, come gli zombie, come gli umani sopravvissuti, privi di umanità, come gli spettatori ipnotizzati e assuefatti a una realtà irreale, come chi non riesce a distogliere lo sguardo da una tragedia, ma non fa niente per fermarla.
stiamo facendo questo: noi tutti italiani abbiamo lo sguardo fisso su una tragedia, sulla possibile introduzione di leggi discriminatorie, sull'aumento vertiginoso del razzismo e dell'intolleranza nei confronti di quelli che riteniamo, dall'alto della nostra…purezza?.., diversi, sull'uso dei rom come capri espiatori e non stiamo facendo nulla. continuiamo a guardare, chi inorridito chi meno, forse ci indigniamo, ma non basta. come può bastare scandalizzarsi?
ci nascondiamo dietro al paravento della sicurezza: gli immigrati hanno rovinato il nostro paese, dicono sotto gli ombrelloni della riviera adriatica, non bisogna prendersela solo con i rom, non rubano solo loro, ma anche i marocchini e i rumeni e i meridionali, bisognerà schedarli quei bambini, almeno fargli una foto. abbiamo paura e spinti da questa paura, totalmente fittizia, tolleriamo tutto, lasciamo che tutto diventi possibile. ammazziamo, metaforicamente e non, persone che riteniamo diverse da noi, chiamiamo neozelandesi nati in taiwan cinesi, confondiamo greci e marocchini, prendiamo in giro le massaggiatrici che costellano le spiagge, tiriamo vicini a noi i nostri bambini quando passiamo di fianco a un rom. ammazziamo quello che non conosciamo, e quanto vorrei che ciò che non conosciamo si risvegliasse finalmente, zombie costretto a divorarci, per sopravvivere.
che società siamo diventati se guardiamo inerti la nostra degenerazione? cosa si deve fare per spingere un cambiamento?
c'è davvero chi pensa che la strategia del terrore, le campagne sulla sicurezza, gli eserciti schierati e la tolleranza zero possano essere la soluzione ai nostri problemi? i nostri problemi siamo noi. il nostro problema siamo noi e dice bene romero:
meritiamo di essere salvati?
salvati da quello che abbiamo prodotto con i nostri comportamenti?
ora più che mai bisognerebbe smettere di manifestare, gridare al razzismo, agli scandali, alle intolleranze, puntare le dita contro la destra e i fascisti e
fare. ma cosa?
qualche settimana fa ho guardato un
intervento di dave eggers trasmesso su TED, in 20 minuti eggers presentava
826 valencia , un progetto per bambini che con il pretesto del sostegno dopo scuola li mette in contatto con il mondo della scrittura. vengono coinvolti soprattutto bambini dei quartieri più poveri delle principali città americane, bambini la cui lingua madre non è l'inglese, immigrati se li si vuole chiamare così, e si usa lo strumento della lingua come mezzo per integrarli, per farli sentire parte. questo, si può fare: l'appartenenza.
si può cominciare, banalmente, a vivere la propria città, senza trincerarsi in casa o in macchina con il terrore che ci possa succedere qualcosa. non servono riforme, non c'è bisogno di eserciti nè di poliziotti con il manganello, la miglior sicurezza che si possa generare all'interno di una comunità è quella prodotta dalla comunità stessa, nel momento in cui si apre e si vive, abita gli spazi, sottraendoli al degrado e alla desolazione. se al posto di correre su stupidi tapis roulant in palestre high tech la gente corresse per strada, parco sempione e il parco nord di milano si trasformerebbero e nessuno avrebbe più paura di frequentarli.
più penso alle cose da fare più rimango esterrefatta dalla facilità con cui gli italiani si sono lasciati travolgere dall'intolleranza, la stessa facilità con cui snocciolano banalità e luoghi comuni su gente che non conoscono e che non hanno voglia di conoscere.
il qui e l'adesso non sono poi tanto lontani dall'orlo di un precipizio il cui fondo è impossibile da immaginare o intravedere.
qui non c'entra più la politica, non c'entrano le organizzazioni internazionali, le ong, le associazioni e non c'entra neanche più la caritatevolissima e amorevolissima chiesa cattolica, non si tratta più di aspettare che siano le istituzioni ad insegnarci come si fa, a mostrarci la strada. si tratta di noi, di una società che deve fermarsi e deve farlo da sola, senza forzature. una società che deve rifarsi da capo. che deve fare.
altrimenti si finirà per diventare, passo dopo passo, protagonisti di un film di romero.