Sunday, July 20, 2008

I've got life, I've got my freedom, I've got the life, and I'm gonna keep it

che strana sensazione vedere teresa e i suoi genitori arrivare di mattina presto, smontare la sua camera, portarsi via tutto, cancellare i segni di sei mesi di convivenza e richiudersi la porta alle spalle.
la sua stanza, svuotata, ritorna ad essere quella di camilla, in attesa di una nuova persona.
i suoi occhi, altrettanto svuotati, ritornano in luoghi familiari mentre guardandomi mi dice che non sa se tornerà a forlì a settembre.
non ti perdi niente, le dico, a non tornare qui.
lei mi sorride triste, in fondo sa che da qualche parte tra lo scorso settembre e oggi oltre a forlì si è persa la sua autonomia.
mi chiedo come sia stato possibile, mentre la lascio andare senza commozione nè tristezza, con un abbraccio che mi colpisce e mi ricorda quanto fragile e piccola è.
settembre - che già avrebbe dovuto essere diverso perchè rimango, invece di andare - si porterà con sè anche una nuova coinquilina. non avevo mai realizzato, prima che camilla lasciasse questa casa, quanto speciale fosse stata la nostra convivenza.
non abbiamo abitato soltanto una casa, ma le nostre vite, a vicenda.
di teresa non ho mai saputo nulla, e proprio quando cominciava ad aprirsi, le è crollato il mondo addosso.
se ne è andata con al collo la collana che le avevo portato dalla nuova zelanda. a me rimane di cercare una nuova coinquilina.
ma ancora prima, chiudere la porta di casa con quattro mandate e partire.

Friday, July 18, 2008

these are twisted times when trust and truth collide

'are we worth saving? you tell me': le ultime parole di diary of the dead, l'ultimo film di george romero, ti inchiodano alla sedia, ti colpiscono e ti feriscono.
già con land of the dead romero aveva provato a confonderci le idee su chi fossero gli zombie; con diary of the dead si spinge oltre, facendo apparire gli umani definitivamente disumani, e gli zombie soltanto morti che camminano.
mi dirai che i film di zombie sono cinema di seconda categoria, ma non è possibile guardare diary of the dead senza riconoscerne l'attualità, la profondità e l'intelligenza, nascoste dietro ai corpi putrefatti di umani già morti che, per essere uccisi definitivamente, devono essere colpiti alla testa.
su romero hanno scritto in tanti e io non ho né le conoscenze né le competenze per farlo, ma ieri pomeriggio ho guardato diary of the dead e ho faticato a trovare irrealtà dentro quel film.
d'accordo, gli zombie non esistono e nessuno, una volta morto, ritorna in sè con il desiderio spasmodico di mangiarsi vivo qualcun altro. ma la metafora non potrebbe essere più lampante. davanti a diary of the dead continuo a chiedermi chi siamo noi: i protagonisti che cercano una via di fuga? gli zombie che divorano gli umani? siamo la generazione che attraverso lo schermo di un televisore filtra la realtà rendendola irreale quindi meno tagliente e più facilmente ignorabile? siamo jason, il regista che non riesce, come un voyeur, a scollare l'occhio dalla cinepresa? o siamo chi è costretto ad imparare a uccidere? forse la risposta non ha importanza, forse la risposta a tutte queste domande è soltanto una: siamo barbari, come gli zombie, come gli umani sopravvissuti, privi di umanità, come gli spettatori ipnotizzati e assuefatti a una realtà irreale, come chi non riesce a distogliere lo sguardo da una tragedia, ma non fa niente per fermarla.
stiamo facendo questo: noi tutti italiani abbiamo lo sguardo fisso su una tragedia, sulla possibile introduzione di leggi discriminatorie, sull'aumento vertiginoso del razzismo e dell'intolleranza nei confronti di quelli che riteniamo, dall'alto della nostra…purezza?.., diversi, sull'uso dei rom come capri espiatori e non stiamo facendo nulla. continuiamo a guardare, chi inorridito chi meno, forse ci indigniamo, ma non basta. come può bastare scandalizzarsi?
ci nascondiamo dietro al paravento della sicurezza: gli immigrati hanno rovinato il nostro paese, dicono sotto gli ombrelloni della riviera adriatica, non bisogna prendersela solo con i rom, non rubano solo loro, ma anche i marocchini e i rumeni e i meridionali, bisognerà schedarli quei bambini, almeno fargli una foto. abbiamo paura e spinti da questa paura, totalmente fittizia, tolleriamo tutto, lasciamo che tutto diventi possibile. ammazziamo, metaforicamente e non, persone che riteniamo diverse da noi, chiamiamo neozelandesi nati in taiwan cinesi, confondiamo greci e marocchini, prendiamo in giro le massaggiatrici che costellano le spiagge, tiriamo vicini a noi i nostri bambini quando passiamo di fianco a un rom. ammazziamo quello che non conosciamo, e quanto vorrei che ciò che non conosciamo si risvegliasse finalmente, zombie costretto a divorarci, per sopravvivere.
che società siamo diventati se guardiamo inerti la nostra degenerazione? cosa si deve fare per spingere un cambiamento?
c'è davvero chi pensa che la strategia del terrore, le campagne sulla sicurezza, gli eserciti schierati e la tolleranza zero possano essere la soluzione ai nostri problemi? i nostri problemi siamo noi. il nostro problema siamo noi e dice bene romero:
meritiamo di essere salvati?
salvati da quello che abbiamo prodotto con i nostri comportamenti?
ora più che mai bisognerebbe smettere di manifestare, gridare al razzismo, agli scandali, alle intolleranze, puntare le dita contro la destra e i fascisti e fare. ma cosa?
qualche settimana fa ho guardato un intervento di dave eggers trasmesso su TED, in 20 minuti eggers presentava 826 valencia , un progetto per bambini che con il pretesto del sostegno dopo scuola li mette in contatto con il mondo della scrittura. vengono coinvolti soprattutto bambini dei quartieri più poveri delle principali città americane, bambini la cui lingua madre non è l'inglese, immigrati se li si vuole chiamare così, e si usa lo strumento della lingua come mezzo per integrarli, per farli sentire parte. questo, si può fare: l'appartenenza.
si può cominciare, banalmente, a vivere la propria città, senza trincerarsi in casa o in macchina con il terrore che ci possa succedere qualcosa. non servono riforme, non c'è bisogno di eserciti nè di poliziotti con il manganello, la miglior sicurezza che si possa generare all'interno di una comunità è quella prodotta dalla comunità stessa, nel momento in cui si apre e si vive, abita gli spazi, sottraendoli al degrado e alla desolazione. se al posto di correre su stupidi tapis roulant in palestre high tech la gente corresse per strada, parco sempione e il parco nord di milano si trasformerebbero e nessuno avrebbe più paura di frequentarli.
più penso alle cose da fare più rimango esterrefatta dalla facilità con cui gli italiani si sono lasciati travolgere dall'intolleranza, la stessa facilità con cui snocciolano banalità e luoghi comuni su gente che non conoscono e che non hanno voglia di conoscere.
il qui e l'adesso non sono poi tanto lontani dall'orlo di un precipizio il cui fondo è impossibile da immaginare o intravedere.
qui non c'entra più la politica, non c'entrano le organizzazioni internazionali, le ong, le associazioni e non c'entra neanche più la caritatevolissima e amorevolissima chiesa cattolica, non si tratta più di aspettare che siano le istituzioni ad insegnarci come si fa, a mostrarci la strada. si tratta di noi, di una società che deve fermarsi e deve farlo da sola, senza forzature. una società che deve rifarsi da capo. che deve fare.
altrimenti si finirà per diventare, passo dopo passo, protagonisti di un film di romero.

Sunday, July 06, 2008

heart of mine be still

il mio cuore è fermo.
dopo aver assistito esterrefatta e in diretta a drammi tanto assurdi quanto dolorosi, dopo aver riparato finestre sfondate, dopo aver risposto a chiamate concitate e a email disperate, dopo la polizia, gli innamorati, i genitori e le fughe, dopo i lui ama lei e lei ama lui, dopo aver tolto il cognome greco dal mio citofono e aver ridato a questo appartamento la sembianza di casa, il mio cuore è ancora fermo.
edvige davanti a mia madre le dice tua figlia è forte. e mette sulla parola forte un accento che ha un che di drammatico, a quanto dice mia madre.
tipo forte in senso negativo? chiedo io.
no forte nel senso ma quanto è capace di sopportare, risponde lei.
che io sia forte o no, non lo so.
so che sono stanca, di una stanchezza che si sente di mattina appena sveglia, che cola dalla testa fino alle gambe e che mi impedisce di trasformare quello che penso in suoni.
so che la stanchezza svanirà tendenzialmente il 18 sera, molto più probabilmente il 19 mattina, verso le 10 diciamo, nei dintorni di roma tiburtina.
so che il mio zaino il 28 di luglio dovrà pesare tassativamente meno di 10 kili e dovrà trasportare cose per quattro settimane di viaggio.
so che sarà difficile farlo pesare meno di 10 kili.
so che a baden-baden sarà difficile arginare la mia tentazione a parlare ripetendo tutte le parole due volte e so che la foresta nera sarà tutto fuorchè nera, ad agosto.
so che non so cosa aspettarmi dalle ebridi, ma so che almeno due macchine fotografiche verranno con me per scoprirlo.
so che il mio mondo, in questo preciso momento, gira a una velocità vorticosa, ma il mio cuore è fermo. e io con lui.

Thursday, July 03, 2008

you billowed like a bowl of silk and slowed me from my ruining

l'anno scorso il 3 di luglio partivo per la nuova zelanda.
pensavo che proprio oggi, a distanza di un anno, avrei avuto un attacco di nostalgia acuta e, ripensando a quel periodo, avrei magari desiderato di ritornare indietro, al 3 luglio 2007.
invece proprio oggi, a distanza di un anno esatto e nonostante lo stress e l'assurdità di questi ultimi giorni, non desidero altro che rimanere esattamente dove sono.
e andare avanti, per scoprire cosa viene dopo.

Friday, June 27, 2008

3

in definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, dice raymond carver.
che siano quelle giuste, dice.

Monday, June 23, 2008

you, you i was surprised to hear

quando si ragiona d'amore, diventa tutto inevitabilmente confuso.
non perchè sia difficile parlarne, ma perchè sembra impossibile tracciare regole da seguire, modelli da imitare.
eppure, in questi giorni continuo a chiedermi se esistano, queste regole, se esistano dei sintomi da ricercare per capire in tempo quando e se l'amore non è più amore.
dice camilla dagli stati uniti che il genere umano si spaventa davanti alla troppa felicità e cerca qualcosa per cui essere infelice, nel momento in cui gode troppo di quella felicità.
mentre la ascolto, guardo la mia coinquilina e il suo ragazzo, che si sono rivisti dopo mesi di lontananza e che litigano tutto il giorno. penso alla telefonata di laura, ancora in lacrime dopo tutti quei mesi, e al suo desiderio di tornare ad un passato che non c'è più.
mi viene da pensare che l'amore dovrebbe essere facile.
non dovrebbe, appena iniziato, portarsi dietro lacrime e litigi, sfuriate e occhi spenti. e non dovrebbe, una volta finito, devastare tanto una persona. in un maldestro tentativo di semplificare per capire, mi spingo a pensare che nessuna di quelle due relazioni è o è stata amore, ma bisogno di colmare vuoti e di combattere insicurezze.
con l'inconscia paura di rimanere soli cerchiamo qualcuno e, una volta trovato, chiudiamo gli occhi davanti alle incompatibilità, accettiamo il dolore e lo viviamo pensando che faccia parte del gioco: se voglio essere amato, accetto di stare male.
io, almeno, la pensavo così quando cercavo di spiegarmi attenzioni rivolte ad altre e non a me: pensavo lui cambierà, con il tempo staremo meglio, pensavo è solo un momento di crisi.
giustifichiamo, per la paura di rimanere senza amore.
dice mia nonna, seduta su una sedia del giardino di casa sua, che va bene amare un uomo, ma mai conciarsi da sbattere via, per un uomo. le ho chiesto di mio nonno, che non ho mai conosciuto. ho chiesto a mia madre del suo rapporto con mio padre e ho lasciato che anche altri adulti mi parlassero di relazioni che durano da oltre vent'anni. nessuno di loro definisce i primi anni delle loro storie come anni difficili: era facile, amare, all'inizio. c'erano problemi esterni (la distanza, i genitori che non volevano, la guerra) ma quelli che si chiamano adesso problemi di coppia non c'erano.
così penso all'amore e mi ritrovo tesa tra la tentazione di continuare a giustificare la presenza di dolore e la voglia di non tollerarlo più, il dolore.
forse allora non è questione di capire quale sia l'amore giusto e quale quello sbagliato, forse è soltanto una questione di scelta.
c'è chi sceglie un amore tormentato, fatto di scontri, litigi, sofferenze e pathos. c'è chi sceglie un amore che, almeno adesso, nei nostri 25 anni, sia facile, indolore e senza lacrime.
alle volte le storie passate fanno finire tanto in basso da generare una profonda repulsione per ogni possibile sofferenza futura. è in quei casi che si sceglie che l'amore sia solo e soltanto facile.
è ridicolo pensare che per amare si debba soffrire.